Auguri Mr Potter!

Egregio signor Potter

Io mi ricordo di lei e del nostro primo incontro, chissà se la cosa è reciproca. Era una primavera/estate che posso facilmente datare nel 2001: giravo come al solito nel reparto libri nel supermarket di un centro commerciale ed ero stato attirato dalla misteriosa figura nell’ombra vicino una strana coppa che emanava fiamme, stampata su una copertina amaranto. E soprattutto ricordo che non riuscivo a far combaciare questa figura con quella del bambino occhialuto seduto a una estremità di una scacchiera enorme, vicino un topo altrettanto enorme. Ero perplesso di cosa c’entrassero l’uno con l’altro. Più e più volte ci vedemmo su quel bancone dei libri, e mai che avessi la curiosità di leggerne uno. 

Di lì a novembre, poi, sarebbe uscito al cinema il primo film. Lì ragazzi e bambini si sono incantati. Io, al mio solito, ci ho messo un po’ per cascarci, dato che per istinto fuggo dalle cose troppo mainstream. È arrivato il dvd e allora ho aperto gli occhi sul Suo mondo, grazie a quel gioiello di film che ha confezionato il signor Columbus. 

Poi è arrivata l’università, e io casco nella trappola tesa da Mondolibri. Toh, guarda, hanno pure i primi tre Harry Potter! E fu così che finalmente ci siam conosciuti come si deve. Erano già stati pubblicati i primi sei volumi, mancava solo il capitolo finale. È stata una stupenda e inebriante maratona, che mi ha fatto leggermente schifare i film dal terzo in poi per via di tagli e scene scritte / fatte male o non corrispondenti a come io le avevo immaginate.
Ricordo l’estate precedente l’uscita del libro, dove tutti i potterhead (sì, i suoi fan più accaniti si definiscono così) fremevano per sapere come andasse a finire, dove si mormorava che Lei sarebbe morto, dove leggevano sui giornali che perfino mastro Stephen King, Suo altro ammiratore, pregava la sua autrice di non farle fare nessuna brutta fine, perché lui per scrivere la morte di un cane aveva passato i guai suoi (e si trattava di un cane!); quell’estate in cui tiravamo jastemme perché c’era l’amico o l’amica navigato/a nel leggere in madrelingua e si era procurato/a la prima edizione inglese e minacciava di svelarci tutto…
E ricordo il binario 9 e 3/4, dove Lei salutò i suoi bambini che partivano a loro volta per Hogward: lì, nella persona dell’attore che lo ha interpretato, in quel suo sorriso malinconico nel mentre carezzava la cicatrice che non doleva più, nel mentre iniziavano a scorrere i titoli di coda ho avuto un groppo alla gola: ero appena stato colpito dall’evidenza che era finita un’era, un ciclo…

E sono stato colpito anche dalla morte di Alan Richman, magnifico attore di stampo teatrale che noi, a ragione, sfottevamo per l’assurda somiglianza con un nostro famosissimo cantante, e che invece andando a scavare, era stato nientemeno che il cazzuto cattivone di Die Hard – Trappola di cristallo. Se n’era andato colui che aveva incarnato uno dei maggiori personaggi cardine, forse il più tragico, della Sua versione cinematografica.

Non tutto è rosa e fiori, ovviamente. Quel cacchio di copione teatrale in due parti… lo fuggirò vita natural durante manco fosse la peste a cavallo della gonorrea! Mi spiace, ma sulla materia che riguarda Lei e il Suo mondo non deve metterci mani altri che mrs Rowling. Lei e nessun altro ne è capace. Ragion per cui ho molto apprezzato “Animali fantastici e dove trovarli”.

E arriviamo a oggi… e scopro che son passati 20 anni dalla pubblicazione del primo libro delle sue avventure. A conti fatti avevo 11 anni, la stessa età che aveva Lei quando il buon Hagrid venne a prenderla per condurla a Hogward. Strane coincidenze vero? 

No, signor Potter, non invidio a Lei il fatto di esser diventato mago, a 11 anni. In fondo anche io avevo scoperto un altro tipo di magia a quell’età: la magia della lettura. E grazie a lei ho scoperto la magia NELLA lettura. Quindi, senza falsi complimenti, teniamoci ciascuno i suoi poteri che stiamo meglio così! 😉 non sono abbastanza potterhead da invidiarla, né ho mai aspettato una lettera da Hogward come altri suoi ammiratori fanno.

Volevo però provare, vista l’occasione speciale, a farLe avere i miei auguri in qualche modo. E non vedo altra maniera che confidarle un pensiero che mi ronza in testa da quando ho terminato la lettura de “I doni della morte”.

Il giorno in cui la vita vorrà benedirmi con un figlio, quando lui dovesse fare undici anni, io vorrò presentarvi l’un l’altro, facendogli leggere “La pietra filosofale”. E l’anno dopo ancora sorprenderlo dicendo che esiste un’altra sua avventura e consegnargli “La camera dei segreti”. E fare così ogni anno per sette anni. (Sperando ovviamente ch’io abbia un figlio che ami leggere…)

Certo, mi rendo conto che è un sogno, che magari a undici anni avrà visto già tutti i film e io non avrò potuto impedirglielo per preservare la magia della lettura, o che magari lui scoprirà da sé che esistono capitoli successivi e farà di tutto per anticipare la lettura… Però chissà, magari ne discuteremo e ne verremo a patti.

Perché c’è un gusto diverso ad aspettare del tempo per avere qualcosa di buono, c’è più desiderio, c’è più “fame”… – e noi eravamo davvero “affamati” quando aspettavamo “I doni della morte”. E aspettare un anno per leggere un libro di una serie che è stata forse il più nobile archetipo di tante saghe così dette “young adult” ci vale, e tanto! Per i segreti svelati, per le magie scoperte, per i colpi di scena, per il  suo mondo immaginifico, per tutto quello che mi ha saputo dare, io La tramanderò, mr Potter. Almeno ci proverò 😊

Mi scusi la logorrea, l’abbraccio con affetto e le auguro tanta altra fortuna, cento volte la mia che ho avuto conoscendola.
Felice 20esimo anniversario, mr Harry Potter! 

Suo

S. C.

P.s. io però ‘sti Grifondoro, tutti perfettini… seguirò il suo esempio e mi farò ‘na scappatella con una Corvonero, che Lei mi insegna siano niente male 😜😄

Daniela Montella: un esordio

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Oggi è successa una cosa: ho visto di fronte ai miei occhi che se ai sogni ci credi, se dai tutto per loro, alla fine la vita ti ricompensa di tutti i sacrifici fatti. Pare una banalità, una cosa melensa, forse anche discutibile… però vi giuro che vederlo accadere fa un gran bene!

Ho conosciuto Daniela Montella anni fa, quando era studentessa. Un giorno la andai a trovare nella sua casa studenti e lì ebbi la percezione che “qualcosa” le fremesse sottopelle. Porto con me l’immagine di quel giorno: lei seduta al tavolo, il piccolo notebook aperto e lo schermo della pagina bianca di Word che le si rifletteva negli occhiali. Ogni tanto batteva qualche parola, ma non era un flusso continuo… riconobbi in lei una smania simile alla mia: l’amore per la creazione letteraria, ma era di una qualità diversa… Non seppi mai dire in che termini perché non riuscii mai a leggere qualcosa di suo.

Fino ad oggi… e oggi che quella ragazza, quella studentessa, ha esordito nel panorama letterario con la sua opera prima, posso finalmente dire cosa potevo solo percepire, quel lontano giorno, perché un’altra immagine si è sovrapposta a quella Daniela seduta a scrivere al PC: una diga. Una diga che caparbiamente ha trasformato un terribile Maelstorm che le si agitava in testa in un bellissimo ruscello di montagna dalle acque limpide e fresche. E in un momento di riscoperta di Napoli, anche sul piano culturale, sono felicissimo di poter affermare che anche lei può dire la sua. Tra l’altro con una tipologia di romanzo ( il distopico ) che a memoria mia mai si era affrontato nel ricco panorama letterario partenopeo. Ma andiamo con ordine.

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Il titolo del libro è “Il corpo dei ricordi“, edito per la Milena Edizioni. Non ho intenzione di svelare molto sulla trama, perché sono dell’idea che questo romanzo vada scoperto senza troppe prefazioni, preamboli, sinossi e compagnia bella. Del resto anche alla presentazione, che si è tenuta ieri pomeriggio alle 17 al museo PAN di Napoli, ha visto la lettura di brani tratti non tratti dalla storia in sé, ma dai sogni, dalla dimensione onirica della protagonista Yolande. La lettura dei brani è stata tra l’altro una vera e propria rappresentazione teatrale splendidamente orchestrata, una intensa interpretazione a due voci: quella narrante, di Laura Pagliara, ha dato corpo ai sogni di Yolande, sogni che fungevano da catalizzatore delle sue angosce che prendevano vita in forme tanto bestiali quanto disperate, scolpite a voce da un’interpretazione ora dolce, ora isterica, ora angosciata, ora compassionevole; l’altra voce era quella del violino elettrico e della pedaliera di Viviana Ulisse, capace di far camminare il racconto onirico su un tappeto sonoro sapientemente studiato, fatto di loop ora melodiosi ora dissonanti, ora pizzicati, ora fatti di leggere percussioni, moltiplicando di fronte ai nostri occhi e alle nostre orecchie rapite le possibilità sonore di un singolo strumento… un grande plauso va quindi alle due performer, che hanno saputo reggere così bene la scena, lasciandoci incantati. E un ulteriore applauso va alla Visibilis, il servizio di interpreti in LIS, che ha reso fruibile la presentazione e le interpretazioni anche ai non udenti. 

Tornando però al libro, due elementi riguardanti la storia però possono ( e devono! ) esser dati per incuriosire il lettore:

C’è stata una Grande Guerra, al seguito della quale la società si è riorganizzata in un nuovo stato che per decreto ha bandito la morte. Ogni riferimento ad essa è prontamente cancellato, la memoria della possibilità del termine dell’esistenza non esiste perché la morte distoglie dagli obiettivi e non permette alla persona ( e allo Stato, di conseguenza ) di eccellere e raggiungere nuove vette. L’uomo, insomma, privato di uno dei cardini dell’esistenza, può dunque elevarsi oltre ogni limite, no? Fatto sta che all’inizio della storia Krisztof, il marito di Yolande, muore in un disgraziato incidente… Comincia quindi per Yolande l’elaborazione di un paradossale lutto, una vedovanza temporanea perché suo marito, in una qualche maniera, verrà “ripristinato”…

Ma davvero l’uomo può reggere a un’ipotesi del genere? Davvero sarebbe così bello saperci così, “ripristinabili”, in un mondo che ci impone di non morire perché siamo parte di un tutt’uno, cellule anonime che devono mandare avanti il grande organismo di uno stato che ci vuole senza paure collaterali, perché altrimenti non produrremmo? Davvero il vivere senza paura ci proietterebbe così in là? O piuttosto l’assenza di essa, l’assoluta mancanza dell’aleggiare sulle nostre teste della signora in nero con la falce, appiattirebbe il nostro vivere? Una vita senza preoccupazioni, tesa a una felicità costante che, in effetti, mai si realizza del tutto, cosa ci prospetta?

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Non è un caso che un tema così forte come quello della morte sia stato trattato, e in maniera così brillante, da un’autrice napoletana. Qui mi si perdoni il campanilismo, ma ci sono almeno due motivi per cui sostengo questo: il primo è che Napoli ha un fortissimo culto dei morti che si tramanda da secoli – si è fatto l’esempio, durante la presentazione, del Cimitero delle Fontanelle, dove chiunque può adottare una capuzzella perché essa, ormai anonima, possa godere anche oggi di preghiere che leniscano i suoi tormenti di anema pezzentella; il secondo motivo è che noi napoletani non possiamo scordarci mai, in nessun momento, dell’esistenza della morte, perchè viviamo nei pressi ( in alcuni casi proprio sul coperchio ) di una gigantesca e distruttiva pentola a pressione che risponde al nome di Vesuvio. Quindi a nessun altro autore poteva essere tanto lampante l’impossibilità di questa utopia.

Il libro poi è impreziosito da alcuni riferimenti che saltano agli occhi a chi è edotto in materie classiche, come il riferimento alla discesa di Enea nel lago d’Averno, o la dea Core, che dà il titolo alla seconda parte del romanzo – e oltre ad essere un omaggio al mondo classico è anche un preciso riferimento anatomico che ha più profondo significato, ma di più non dico perché sarebbe un gran peccato che voi non ci arriviate da soli 😛

Altra nota positiva di questo romanzo è la scrittura: nitida, precisa, ricercata… l’autrice ci accompagna per mano in una ricerca introspettiva al senso di questa nuova esistenza attraverso i conflitti interiori di Yolande, i suoi ricordi, i suoi sentimenti ora definiti ora contrastanti, e con un ritmo forse un po’ compassato, alla “Blade Runner”, ma costante, veniamo man mano accompagnati verso un finale spiazzante, di quelli che in gergo tecnico vengono chiamati twist ending – uno dei marchi di fabbrica del regista M. Night Shyamalan, per intenderci. A breve distanza da ciò, nell’epilogo, vi verrà dato il colpo di grazia. Il tutto in sole 200 pagine…

Signori, questo è un esordio col botto! E’ un’opera prima che già manifesta chiari gli intenti dell’autrice: aspira ad essere letteratura oltre che narrativa. E sarebbe un delitto non tributare a questo romanzo una giusta eco. Non lo dico tanto perché Daniela Montella è una mia vecchia conoscenza, credetemi,  quanto per l’effettivo valore dell’opera che è intrisa di passione per il mestiere dello scrivere, densa di contenuti e pregna di riflessioni mai banali. Un gioiellino degno di esser scoperto.

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Insomma, Danie’… hai spaccato!!! 😀 Mo aspettiamo il tuo secondo romanzo, e lì so’ cazzi tua! xD

Gelo e avvampo 

​Brucio nel tuo sguardo di ghiaccio                                                                                                Che mi scava in testa e in petto                                                                                                           E fruga e scuote e sconquassa tutto:                                                                                                  Il mio nome, chi sono e cosa faccio…

E scavi e scavi e scavi e non lo sai
Che stai scavando. E ancora mi scavi
l’anima… perché una volta non provi
Su te stessa quel che mi fai?

Tu, zucchero e sale, pena e amnistia,
Cristallizzata in un secondo di vita
Riporti l’eco di una storia passata
Quando penavo a saperti non mia.

E poi ti rivedo e mi rubi la pace…
Non so dove sei, non so dove vai
Non so cosa ascolti, quel che mangerai…
E non riesco a farmi più audace…

Riesco solo a restare a guardarti,
A immaginare che stavi facendo,
Quali erano i sogni che stavi seguendo
Quando riuscirono a fotografarti.

Fotografata, e da quel momento
Son condannato a sentirmi sospeso
Ed a sentirmi volar senza peso
Nelle tue iridi color orizzonte.

Cosa aspettarmi da così tanto poco?
Neanche io stesso lo so poi dir bene
E intanto, frustrato, sfinito, in catene
Gelo ed avvampo nel tuo ghiaccio di fuoco…

 

 

E niente… stanotte mi è venuto mettere due parole in rima… tutto qui 🙂

Scoprendo i Calzaret…

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E poi, all’improvviso, nel mucchio eterogeneo delle mie letture, salta fuori una certa Elizabeth Jane Howard. Chi sia o chi non sia, rimango folgorato dalle copertine di questa saga famigliare, che ad oggi conta quattro titoli pubblicati ed un quinto in arrivo a fine anno che chiuderà il ciclo. Le copertine, dicevo, sono state il motivo per cui ho voluto “assaggiare” almeno il primo di questi romanzi, per cui onore al lavoro che ha fatto la Fazi per avermi indotto in tentazione: erano anni che non compravo un libro di un autore a me sconosciuto alla cifra di 18,50 euro; l’avermi convinto solo con la copertina è tutto dire. Ero curioso anche di tuffarmi per la prima volta in una storia famigliare, ambito per me poco esplorato.

Dunque apro il libro e mi tuffo nelle pagine, sperando di non impantanarmi in un polpettone prolisso, ma carico di sentimenti positivi. Ed ora, a libro finito, posso dire che son stato fin troppo parco nelle aspettative.

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Siamo nell’Inghilterra della fine degli anni trenta, con il conflitto mondiale che si profila minaccioso all’orizzonte e l’estate che spalancando le braccia offre, perlomeno ai più giovani dei protagonisti, promesse di spensieratezza. Non so ancora come proseguirà la saga di qui in poi, ma quello che emerge dal primo volume è il tempo della narrazione: “Gli anni della leggerezza” del titolo sono rappresentati dalle due estati prima dello scoppio della guerra, e le viviamo attraverso i giochi, i pensieri, i capricci, le opinioni dei ragazzi e bambini di questa larghissima famiglia borghese. La prosa elegante, gentile e precisa dell’autrice ci porta da un personaggio all’altro senza creare troppa confusione, perché in ogni voce ritroviamo riferimenti giusti per inquadrare il personaggio, i suoi familiari, il mondo che gli gira intorno, i desideri più reconditi. I bambini sono una voce importante in questo romanzo, perché di certo è a loro che si deve la leggerezza promessa nel titolo.

Voce non meno protagonista è quella degli adulti, alle prese con i loro problemi da grandi. Hugh con la sua menomazione e le sue emicranie, sposato a Sybil, entrambi rispettivamente devoti ma spesso all’oscuro dei reciproci desideri; Edward e i suoi amori clandestini, che fanno da condimento al suo matrimonio con Villy, ex ballerina annoiata che si butta in mille attività, nessuna delle quali portata avanti per molto; Rupert e la sua vena artistica frustrata da un lavoro insoddisfacente e da un secondo matrimonio con una donna troppo giovane e troppo avida di mondanità; e poi ci sono i due capifamiglia, al vertice della piramide dei Calzaret: il Generale, William, e la Duchessa sua consorte, Kitty, l’uno assorbito dai giornali, dall’incubo di un’altra guerra e dai provvedimenti da prendere, e l’altra occupata a esigere morigeratezza da tutti i componenti della famiglia e ad esserne il fulgido esempio.

Dal poco che ho letto nella biografia della scrittrice, ho idea che la Howard abbia spezzettato in maniera sapiente il suo io e la sua vita ed abbia affidato a ciascun personaggio una parte di sé, perché ci sono dei precisi riferimenti autobiografici che ritroviamo all’interno della narrazione, e la cosa rende ancora più palpabili le emozioni e i sentimenti dei personaggi di fronte a dei momenti cruciali.

Ho iniziato questo articolo come se stessi parlando ad un mio pubblico, l’ho proseguito vestendo i panni del recensore, ora sento di voler chiudere svestendo questa uniforme e indossando quella del confidente.

La verità? Io ai Calzaret ho voluto un sacco di bene mentre leggevo, perché – e questo, lo so, è un fatto meramente personale – in questa composita famiglia ci ho ritrovato tracce della mia, ma soprattutto perché entrando nei panni di Neville, Clary, Teddy, Louise e Christopher ho riassaporato il gusto di quelle estati al mare meravigliose vissute tutti assieme, con i cugini, gli zii e i nonni nella loro casa di villeggiatura, ho ritrovato quel senso di comunità di cui ora provo una forte nostalgia al solo pensarci… quegli anni della leggerezza… e se in questo libro non si narra nulla di originale in sé per sé – siamo in un’epoca che è alla ossessiva ricerca di originalità, del nuovo genio da esaltare e osannare – qui a far la parte del leone è la scrittura e la psicologia dei personaggi, nella storia che si fa Storia, nell’attesa di un conflitto che il signor Schicklgruber ( questo si diceva fosse il vero cognome di Hitler, “tagliatore di siepi” ) pareva volere a tutti i costi nonostante la mediazione del primo ministro inglese Chamberlain, volato fino in Germania per tentare una mediazione, mentre la famiglia si raduna fremente attorno alla radio per saperne gli esiti.

Sono gli anni della leggerezza prima della crisi, prima della catastrofe, prima della Seconda Guerra Mondiale. E mentre io ero arrivato appena a metà libro già sapevo che avrei preso il secondo volume. Come ne sono uscito? Nostalgico…e incantato.

Fatevi un regalo: concedetevi  questa esperienza di lettura. Saprà aprirvi il cuore, appassionarvi e trovare in voi un lato Calzaret. 🙂

#gliannidellaleggerezza #Calzaret #lasagadeicalzaret #elizabethjanehoward 

Stasera lacrime e sganassoni: addio Bud…

In tanti stanno scrivendo righe su righe di articoli su questo enorme uomo che tutti ricordiamo per i successi cinematografici, per i risultati sportivi nel nuoto e per il sodalizio con Terence Hill. Voglio anche io scrivere di lui, per quello che ha rappresentato e tutt’ora rappresenta per me.

Non mi interessa dilungarmi sulla vita, perché quella basta leggere un giornale o cercare in internet: mi concentro su quello che ho imparato da lui attraverso le interviste.

L’ultima intervista a Fanpage

Carlo / Bud nella vita ha fatto di tutto, come lui stesso ha dichiarato. Certo, per fare tante cose bisogna poter avere anche i mezzi per farlo, e lui era di famiglia benestante, ma nonostante ciò l’elenco da compilare è lungo:

Va in America latina a costruire la Panamamerica;

Campione di nuoto e pallanuoto, primo italiano a percorrere i 100 metri in meno di un minuto; 

Due lauree. Due. Una in chimica e una in giurisprudenza;

Carriera da attore iniziata prima come comparsa, poi il caso assembla la coppia Spencer – Hill e di lì in poi caterve di film. Non parlava una parola in inglese, ma ragionando si disse: “Quante parole potrà mai dire un cowboy americano? 100-200? Bene, imparo quelle e sono a posto.” Inappuntabile;

Durante le riprese di “…più forte, ragazzi!” si improvvisa pilota: mentre lui e Hill sono in volo e improvvisa un atterraggio “a quaglia” facendo prendere un colpo a tutti. Di lì scatta la passione per il volo, prende i brevetti di pilota d’aereo e di elicottero e accumula centinaia di ore di volo;

Passione innata per la musica, scrive canzoni che spesso vengono usate nei film ( Banana Joe, Io sto con gli ippopotami, per citarne alcuni);

Prima ancora del suo compagno Hill approda sul piccolo schermo con serie tv poliziesche, tra cui Big Man, Detective Extralarge, I delitti del cuoco… 

E potrei andare avanti, ma ora mi è necessario spostare il focus sul Bud più recente. 

Bud e il suo selfie stick

Negli ultimi anni si era dato ai social. LUI. A 80 anni sfondati da un pezzo, apre una pagina ufficiale su Facebook, un canale YouTube, una pagina Instagram e, in ultimo, un sito personale con un proprio E-Store dove vende prodotti a marchio Bud, tra cui un CD di canzoni sue. E attraverso questo occhio digitale ho visto la sua vecchiaia: contrariamente ad altri personaggi che ho visto pian piano invecchiare, lui ha acquisito una grazia da bambinone. Ogni volta che lo vedevo  ( ora un video per gli auguri di Natale o Pasqua su Facebook, ora un selfie col bastone da selfie su Instagram ) provavo un moto di tenerezza, e sotto sotto pregavo Dio perché ce lo conservasse così per tanti altri anni… purtroppo così non è stato.

Dove voglio arrivare? A fare una considerazione : io da vecchio voglio essere come Bud Spencer. Voglio aver vissuto tanto e tante cose, e avere la lucidità e la freschezza mentale per raccontarle come faceva lui, ed essere aperto alle future nuove tecnologie, rivolgendo sempre oltre lo sguardo con la curiosità di un bambino. Accettare sempre nuove sfide e nuovi stimoli, senza paura. E se dovessero succedere guai, la parola d’ordine è : Futtetenne!

Grazie di tutto, buon vecchio Bud. Per le risate, per la gioia di vivere, per gli esempi che ci hai dato… e per il tuo formidabile cazzotto a martello.

Ed ora, mentre in tv danno “Piedone l’africano”, in testa, in lontananza, come un loop continuo, canticchio e ricanticchio: Bo, bo bo bo, bo bo bo, bo bo bo, bo bo bo, bo bo bo…

Brexit: un’analisi scanzonata

La situazione mi ricorda un po’ quando ti fidanzi con la più bella della classe ma lei, per tutto il tempo che state insieme, è indifferente a tutto, non manda molto avanti la coppia e col tempo comincia ad avere capricci.
“E voglio il gelato a pistacchio artigianale!…” e tu esci di casa tutto imbacuccato a cercarglielo, anche se è Natale.
“E voglio mangiare vegano!…” e tu diventi vegano appresso a lei, sognandoti bistecche, braciole e tracchiulelle di notte.
“E voglio norme speciali per la mia libertà individuale!…” e lì parti per la lite, ma tempo un’ora firmi tutto, servile come l’ultimo lacché.
E per tutto il tempo, che per te passa velocissimo, a te sembra di vivere in una sorta di paradiso sintetico, metti in piedi casa, i vicini son gentili, doccia bagno e rubinetti funzionanti, il garzone del fruttivendolo ti sale la spesa, la banca ti fa un mutuo a tasso agevolato…
Poi un giorno ti svegli e lei non c’è più.

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Sul suo cuscino un biglietto: “Ci ho pensato a lungo, forse è meglio se rimaniamo amici…”
E allora ti crolla il mondo addosso.
Il fruttaiuolo non ti sale più la spesa perché non ci sono più tette da vedere in casa tua.
Hai la doccia che perde e il cesso appilato, ma l’idraulico latita.
Il direttore di banca (dove tra l’altro lei lavora) comincia a non agevolarti più il tasso, anzi ci mette sopra a complicarti la vita anche un procione, sette-otto scoiattoli e, perché no, una LonTra…
Qualche amico (più suo che tuo) comincia a non farsi più vedere e qualcun altro, olandese, comincia a voler litigare per rompere i rapporti…
E allora c’è solo una cosa da fare: andare avanti e scorciarsi le maniche!
Così cominci a scendere a fare la spesa senza aver bisogno di garzoni che te la salgono, e irrobustirai le braccia…
Aguzzando l’ingegno impari ad aggiustarti da solo il gabinetto…
Lavori sodo per prendere di nuovo in mano la tua vita e mandi tassi, procioni e LonTre al giardino zoologico più vicino…
Esci di casa, frequenti ambienti a te più congeniali e ti fai nuove amicizie, più affini alla tua persona…
Arrivi poi a capire come gestirti, come far quadrare tutto, come mandare avanti la tua Unione interna senza che si disfi del tutto…
Poi un giorno la reincontrerai…
Tu finalmente starai bene con te stesso e con gli altri…
Lei (forse) bellissima e attraente come sempre, o forse no, chi lo sa…
Uno sguardo tra di voi e ti ricorderai di tutto quello che avete passato insieme. Ti dirai: “Forse, per come sono andate bene le cose e per come sto bene ora, dovrei persino ringraziarla di avermi lasciato…”
Poi ti ricordi che, in fondo in fondo, non te l’ha mai data (la sterlina), e prevale l’istinto del: “Fuck off you, your mother, your father and all your fucking familiar, bitch!”
Aaaaah la soddisfazione, quel giorno! 😀

Andare… per tornare

Abito nella provincia di Napoli. Ultimamente, forse con l’aspettativa delle belle giornate  (anche se non se ne vedono molte ad oggi) ho un desiderio molto forte di andare a Pozzuoli.
Non perché a Pozzuoli abbia qualcosa da fare, amici da incontrare, posti in cui mangiare… anzi, una volta lì dovrei trovare la maniera di passare il tempo. Con un po’ di immaginazione mi vedo sul lungomare a sorseggiare una birra guardando l’orizzonte e perdendomi nei miei pensieri. Vedrei il sole tuffarsi a mare, il cielo cambiare colore, il mare cambiare odore e lenirei ogni preoccupazione, curerei ogni nervo ascoltando l’eterno carillon delle onde che si infrangono sugli scogli. Solo in questo troverei un po’ di poesia, un po’ di forza, un po’ di serenità dimentica in qualche angolo della mente, persa nel tran tran quotidiano.
Aspetterei le prime ore del giorno nuovo e poi, finalmente, mi rimetterei in auto per fare quello che ora più di ogni altra cosa sento bisogno di fare: godermi, tornando, la tangenziale deserta!
Non perché di giorno sia sempre trafficata, non perché senta il bisogno di correre  (che poi che vuoi correre, col limite a 80 km/h) ma proprio per godermi quei chilometri, quei quaranta minuti di strada verso casa, come dico io: finestrino abbassato, radio a manetta sintonizzata su una frequenza tutta rock’n’roll, un braccio in fuori a sentire il vento sulla pelle, la mano a battere il ritmo delle canzoni sul tettuccio dell’auto. Fumassi, terrei anche una sigaretta a fior di labbra, pochi tiri e il resto lasciato a consumarsi, solo per dare un ulteriore sfumatura, un altro sapore alla cosa…
Partire, con lo scopo di tornare, come in quel fantastico film, “Mad Max: Fury Road”… Una strana intenzione, ma che male c’è? Se ne sento il bisogno…
Non chiedo molto… solo l’estate. E presto, perché questa primavera è strana, sbagliata, insolente e piovigginosa…