Un Benni passato in sordina

Il primo libro post Karamazov è stato questo romanzo breve di Stefano Benni, da tanto tempo nella mia wishlist ma mai comprato o per un motivo o per un altro 😊 quando l’ho trovato al Libraccio di Firenze mi ci son fiondato su come un inclone tag: -3717969891108686406vasato 😜😂

“La Traccia Dell’Angelo” è un romanzo dell’autore bolognese che era passato, a mio dire, un po’ in sordina. Eppure una lettura la merita tutta. Ci sono tutti gli elementi tipici delle opere recenti di Benni, l’ironia, una passeggiata nell’onirico, una vena di malinconia senile… inoltre qui c’è quel certo non so che, complice stavolta di una spruzzata di Frank Capra, regista di quel meraviglioso film che è “La vita è meravigliosa”. Leggetelo e ditemi se non è così 😉

Un brindisi di casa nostra

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Mi conoscete, sono un po’ campanilista (eufemismi ne abbiamo? :P), ma se lo sono è anche perché credo che ci siano tante energie e idee nate nel sud Italia (e in particolare nel napoletano) che spesso restano sepolte sotto una spessa cenere di disillusione, di pessimismo fatalista. Quindi quando sento di amici che si trovano a percorrere con successo una strada, nonostante le difficoltà, senza cadere nelle trappole che la vita tende all’umore e alla speranza, io non posso non esserne contento e provare a raccontare la loro storia (poi: metti che i guaglioni riscuotono successo, sai che soddisfazione l’aver raccontato per primi la loro storia? 😀 ).

Damiano e suo fratello hanno da sempre la passione per la birra, in tutte le sue varietà. Parlandogli ho avuto l’impressione di competenza nata sul campo, tra un pub e un aperitivo, tra chiacchierate e brindisi con astanti e mastri birrai. Quando mesi fa ho saputo del loro progetto di avviare un’attività nel campo son stato immediatamente incuriosito (e anche ingolosito, diciamocela tutta) che comprendesse anche l’essere una “birreria itinerante” ho subito teso le orecchie per seguire tutti i progressi del loro progetto. Ovviamente attraverso le varie pagine social che la loro azienda ha creato non potevo sapere certi dettagli e le difficoltà incontrate.

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Quando ci siamo ritrovati di fronte ad un caffè per raccontarci le nostre piccole recenti fortune son venuto a conoscenza di tutto quanto è servito per mettere in moto l’attività. La similitudine più immediata che il cervello mi ha restituito è stato il film “Rocky”: tra eventi saltati all’ultimo minuto e tempismi sbagliati sembra che non dovessero venirne mai a capo, ma alla fine Origins Beer ha ufficialmente visto la luce quest’anno e ha cominciato anche a produrre birra propria. E se sulle loro capacità posso non essere obiettivo perché, come giustamente potreste pensare, conosco Damiano di persona, allora ecco una cosa che sicuramente potrebbe farvi ricredere. Pochi giorni fa hanno partecipato all’evento “Un ciClone di birre” organizzato da “Birrificio Sorrento & friends”, nel quale i partecipanti dovevano presentare una birra di propria produzione che potesse essere “un clone” della birra prodotta dal birrificio organizzatore della competizione. Ebbene, questi ragazzi – che, ricordiamolo, solo da MARZO hanno iniziato a produrre birra – hanno conquistato il terzo posto! Niente male, vero? 😀

Quindi ecco perché mi son sentito di spendere due parole qui sul mio “discontinuo” blog: perché le belle storie vanno raccontate, perché si sappia, perché Origins Beer venga conosciuta, perché a ‘sti guaglioni auguro le migliori fortune e brindo alla loro! Cheers, guagliù!

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Un tramonto, una panchina e Sara…

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A inizio anno ero matematicamente certo che avrei dovuto comprare tre libri dello scrittore napoletano che seguo e consiglio da anni a chiunque, perché sapevo che sarebbero usciti i nuovi capitoli, nell’ordine, della saga dei Guardiani in primavera, di quella del commissario Ricciardi in estate e dei Bastardi di Pizzofalcone in tardo autunno. Ho ragione quasi su tutta la linea… tranne che sui Guardiani, il quale secondo capitolo è stato rimandato presumibilmente all’anno prossimo.

Qui mi tocca spendere due parole sui Guardiani: a farsi un giro tra le recensioni in molti concordano che sia, almeno visto il primo capitolo, la saga un po’ più sottotono del prolifico scrittore, ed in parte sono d’accordo. Sento però di poter spezzare una lancia a favore dello scrittore, in quanto questa saga è nata pensata per la tv, dato che la casa di produzione Cattleya, volendo investire in una serie che avesse Napoli come protagonista, aveva chiesto una storia a Maurizio de Giovanni, che già covava l’idea dei Guardiani. Ma la natura del libro, diverso dalle altre serie dell’autore, lascia molti sospesi irrisolti e risulta essere un libro di diversa natura rispetto a quelli dei Bastardi o di Ricciardi, che comunque non vengono a capo – o lo fanno solo in parte – dei loro guai alla fine di ogni volume, ma almeno danno al lettore il “contentino” dell’indagine risolta, del colpevole assicurato alla giustizia. Essendo “I Guardiani” una serie mistery e dovendo proseguire in altri due volumi già preannunciati, il lettore viene lasciato con un sospeso un po’ difficile da digerire. Ecco perché su questa serie ho deciso di sospendere il mio giudizio finché non la leggerò nella sua interezza.

Ma torniamo a Sara, la sorpresa di quest’anno. Ci aspettavamo, dicevo, un nuovo capitolo dei Guardiani e il buon Maurizio invece se ne esce con questa donna di mezza età, solitaria, estranea ai normali canoni femminili: non si trucca e non si tinge i capelli pur avendoli completamente bianchi. Per la prima volta de Giovanni ci propone come protagonista principale una donna, che ha però tutte le caratteristiche tipiche dei suoi personaggi: un passato doloroso che ha lasciato profonde cicatrici nella sua anima e un aplomb glaciale che troviamo sia nel “cinese” Lojacono che nel tenebroso Ricciardi. Non è una donna che si piange addosso, Sara, ma come Ricciardi è “perseguitata dai fantasmi” (anche se di tutt’altro genere, più personali), e come il commissario ha un dono, anche se ha ben poco di soprannaturale: sa leggere il labiale e il linguaggio del corpo. Sara è abilissima, insomma, nell’intercettare e interpretare le conversazioni, e per questa sua abilità, anche se è in pensione, viene “richiamata in servizio”.

Altro stilema degiovanniano è il tipo di indagine che ne deriva. Agendo Sara nelle zone d’ombra, non alle dirette dipendenze della Polizia, ed intervenendo su un caso sostanzialmente chiuso per la Magistratura, la protagonista può contare relativamente poco su indagini di laboratorio approfondite ed altri elementi che hanno caratterizzato le serie tv poliziesche più recenti, tipo CSI o RIS per citarne un paio. De Giovanni si è infatti dichiarato spesso avverso alle indagini “troppo scientifiche” e preferisce concentrarsi su indagini di stampo classico, fatte di umori, indizi e rapporti interpersonali incrinati. Ecco perché è così a suo agio nella saga del commissario Ricciardi, ambientata negli anni ’30, in un’epoca in cui neanche si aveva idea di cosa fosse il DNA.

Un altro parallelo che ho trovato in corso di lettura è tra i caratteri: Sara ha molti punti in comune con Ricciardi così come l’ispettore Davide Pardo, che le viene affiancato nell’indagine, ha diversi punti in comune con il brigadiere Maione: burbero, specie nei confronti del suo cane, un bovaro del bernese che spesso gli ruba la scena, ma fondamentalmente buono di cuore. E’ chiaro allora cosa abbia portato i primi recensori dell’opera a definire “Sara al tramonto” un “Ricciardi in gonnella”. Anche se io eviterei i paragoni, in senso assoluto: a parte che, elementi caratteriali a parte, la storia personale dei personaggi di questo romanzo è totalmente differente da quella delle loro controparti della saga di Ricciardi, ma è comprovato che i paragoni portano jella, ed io di jella ad un romanzo del genere non ne augurerei mai.

Questa, insomma, è la mia opinione un po’ più articolata sul nuovo romanzo del buon Maurizio. Mi è servita anche per fare una panoramica a tutto tondo sulla sua produzione (che al momento conta ben quattro saghe aperte, cavolo!). Tocca quindi darsi appuntamento a questa estate. Lì non si scappa, sarà un nuovo Ricciardi! L’autore ha già preannunciato la data dell’uscita del penultimo capitolo della serie – il 29 giugno – e ha già annunciato il titolo – “Il purgatorio dell’angelo” – e che sarà un romanzo in cui una parte importante avrà Enrica. Essendo questa la saga che tutti i suoi fan, me compreso, hanno a cuore, incrociamo le dita e attendiamo impazienti. Pur sapendo che da quel giorno in poi mancherà un anno esatto alla chiusura della saga, e che tutta questa attesa tra un capitolo e l’altro ci mancherà terribilmente.

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Tutto per una Susetta…

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Credo sia d’uopo lasciare qualche parola per chi si fosse perso la diretta di qualche giorno fa, altrimenti ci troviamo tutti spiazzati dagli eventi 😛

A chi non avesse seguito la live sul mio contatto Instagram, sappiate che si sta per realizzare un sogno, uno di quelli che ti porti dentro da quando sei bambino e che nonostante la vita ti cambi, ti rubi il tempo, ti coinvolga in mille e mille altri casini, nonostante tutto questo non riesci a dirgli addio del tutto, perché vibra in quel sogno una parte importante di te.

Io amo scrivere, scrivere e raccontare storie. Per rendere l’idea, io alle elementari aspettavo con trepidazione il compito di italiano, perché almeno una volta su due-tre tra le tracce presenti usciva “Traccia libera”. Per me quel “Traccia libera” era la chiave per la porta della fantasia, e non c’erano compiti più felici di quello. Se ciò non basta, pensate a me che da piccolo scopro la vecchia macchina da scrivere Olivetti di mia madre: implemento della velocità di scrittura, più parole macinate… certo un po’ una fatica con quei tasti a leva, ma quanta gioia nei primi calletti sui polpastrelli e di fronte alle decine di pagine mezze sbianchettate… Poi è arrivato il computer. I videogiochi, certo, ma la tecnologia implementa la passione: scrivere e poter correggere senza insozzare dita, foglio e nastro inchiostrato di quel maleodorante bianchetto… una meraviglia! Quindi già da piccolo mi ero dato un rituale: ogni estate per me voleva dire tre mesi di vacanza a scrivere, scrivere, scrivere… Ed ero pure costante! Arrivavo ogni volta a settembre con una storia finita e con un monte pagine superiore a quello dell’anno precedente, ed ogni volta era una goduria!

Poi è arrivata l’università, e poco prima di lei il test d’ingresso a Medicina ( c’è poco da fare, se vuoi avere la speranza di entrare la tua prima estate da diplomato la devi passare coi libri sotto l’ombrellone. Io l’ho fatto, ben due volte). Quindi i tre mesi si son sempre più progressivamente ridotti, e il rituale si è andato a estinguere. La passione c’era sempre, lo dimostra qualche racconto che ogni tanto ho buttato su carta per tenermi in esercizio, per tener viva la fiamma, per provare la soddisfazione catartica a lavoro finito… e anche perché spesso, come nel mio caso, certe idee prima si manifestano con un leggero prurito, poi come un sempre più consistente martello pneumatico: pretendono di essere scritte! Non ha torto Stephen King quando dice che è la storia a portarti per mano, che tu devi solo seguirla ed essere sincero nel raccontarla. Le idee sono vive, e spesso quelle migliori vogliono esistere, PRETENDONO di esistere.

Poi l’anno scorso è accaduto che mi son trovato a vivere una profonda crisi personale e mi son sentito sempre più schiacciato. Non sono una persona che esterna molto, tendo più a implodere. Pure perché non voglio avvilire nessuno ( lo so, lo so, ragionamento sbagliato, tutti noi abbiamo bisogno di aiuto prima o poi e non c’è nulla di male a chiederlo ecc. ecc. … però quando ci sei dentro tutti i pensieri che faresti a mente serena vanno a farsi benedire).

Susetta è arrivata in quelle notti di metà giugno: una zanzara che nonostante fornelletti, Baygon, zampironi e chi più ne ha più ne metta resisteva a tutto e ogni notte mi faceva svegliare tra punture e pruriti… esasperato, una mattina che ero stato svegliato in un orario antidiluviano scrivo un post su Facebook per commentare in modo ironico il fatto che ormai dovessi rassegnarmi ad adottare questa zanzara, affibbiandole l’improbabile nomignolo di Susetta (la zanzara che non s’arricetta). Per me poteva finire lì, ma un commento divertito di una mia amica mi esortava a farle sapere come andava a finire tra me e Susetta, come se dovesse avere una prosecuzione. In realtà non ci avevo affatto pensato, ma da quel momento Susetta ha cominciato a ronzarmi in testa in modo alquanto insistente…

Ho cominciato a raccogliere idee, e più ne scrivevo più me ne venivano. In due giorni avevo già in mente l’intero arco narrativo, esclusi diversi capitoli e personaggi che si sarebbero poi aggiunti in corso di stesura, ampliando la storia e suggerendomi più soluzioni e gag. Ho quindi aperto una pagina Facebook e ho cominciato a postare un capitolo a settimana, di lunedì mattina, per “cominciare la settimana con il sorriso”. Inconsapevolmente, avevo risposto a un richiamo ancestrale: ero tornato al mio rituale, scrivendo tutta l’estate un capitolo a settimana, divertendomici un sacco e, a vedere le reazioni, riuscendo anche a divertire chi mi seguiva (non molti, ma un gruppo di aficionados che commentava costantemente ce lo avevo 🙂 e quanto mi è stato prezioso il loro feedback!).

Quando ero ormai giunto a metà storia e la trama stava cominciando a essere più organica, insieme a Susetta ha cominciato a ronzare anche un’altra idea: proporlo a qualche casa editrice. Anzi: ad una in particolare. L’avevo conosciuta l’anno scorso tramite la piccola libreria “Iocisto” a Napoli: faceva delle edizioni così ben curate di piccoli classici della narrativa che non ho potuto fare a meno di immaginare Susetta mia “vestita” di una loro copertina. Feci un patto con me stesso: avrei mandato il manoscritto prima a loro, attendendo una loro risposta nel bene e nel male e solo in caso di risposta negativa avrei, successivamente, spedito delle copie ad altri editori. Così, a fine settembre, dopo un forsennato lavoro di correzione, gliel’ho inviato.

Son passati i mesi, non ci stavo sperando più, pensavo di inviare Susetta a qualche altra casa editrice… eppure “una vocetta” mi diceva di pazientare ancora un po’…

Il 15 marzo la casa editrice mi contatta…

Stato attuale delle cose oggi, addì 21 aprile 2018: Susetta è in corso di stampa, la copertina è meravigliosa, le illustrazioni interne mi hanno quasi fatto piangere di gioia e il 12 maggio prossimo sarò al Salone Internazionale del Libro di Torino a presentare, insieme ad altri tre autori, la nuova collana della casa editrice ABEditore “Piccoli Mondi Moderni”, che consta al momento in quattro titoli, tra cui, per l’appunto, “Le cronache di Susetta – la zanzara che non s’arricetta”.

Ebbene sì, il sogno ha preso vita quando meno me lo aspettavo, nella forma che meno mi aspettavo. Tutto potevo immaginare, tranne che esordire con un romanzo di genere umoristico; avrei potuto dire possibile che esordissi con un romanzo di narrativa, un thriller, un horror… E invece Susetta, da quella indisponente e insistente che è, si è imposta. Prima mi ha in qualche modo “salvato” dal mio momento nero (scrivere di lei è stato come avere una compagna di giochi in carne e ossa, capitemi), e ora mi fa questo regalo: un esordio… Quando meno ci pensavo, quando non era programmato, quando neanche sapevo se sarei mai più riuscito a portare a termine un progetto di scrittura che mi prendesse tutta l’estate… tutto per una zanzara che non “s’arricettava”, tutto per una Susetta…

Bene, questo è quanto mi è successo 🙂 mi preparo al Salone del libro (io che non ci son mai andato da lettore, oggi ci vado da autore… è troppo!!! davvero troppo 😀 ) e nonostante stia a mille per l’euforia, non nascondo che ho un velo di timore. Sarà solo un momento fortunato? Sarà l’occasione della vita? So che dovrei solo vivermi l’attimo, ma amo troppo quello che ho fatto per non avere un po’ d’apprensione per come verrà recepita la mia storia.

Ma proviamo a fare un passo alla volta 🙂 qui vicino ho il mio disegno di Susetta che mi guarda di sottecchi, sorniona. Questo disegno mi è stato accanto durante la stesura di ciascun capitolo, è stato un po’ una musa. E so quello che pensa: “Allora, Peppì, che bbuò fa?”

Che voglio fare, Susè? Voglio vivermela a cuore aperto, voglio bermi come fossi una spugna tutte le emozioni positive di questo momento. L’ho atteso a lungo, credo mi sia un po’ dovuto, dopotutto 😉 ed entrerò nel tempio del libro d’Italia in punta di piedi, ma gonfio di speranze e con tanta voglia di farmi conoscere in questo panorama. Chissà…

Circa “L’isola dei cadaveri” e tante altre cose

Lo so, lo so, vi starete domandando -dato che non pubblico mai nulla – se proprio ora io debba recensire questo libro.

Allora, non si tratterà di una vera e propria recensione ma di una serie di opinioni personali su diversi punti che mi son balzati all’occhio durante la lettura, punti che riguardano l’opera, l’autrice, la linea editoriale della Newton Compton e forse qualche altro spunto che mo non rammento 😜

Comincio comunque con il fare ammenda di alcune imprecisioni: quando ho ricevuto questo regalo dalla Newton – l’ho vinto, se vi ricordate, in occasione del concorso #NataleNewton; ho fatto diverse foto pur di accaparrarmi un premio 😜 – ho detto nelle stories che era un’autrice esordiente e un libro nuovo. Imprecisioni dovute al troppo entusiasmo 😂 In realtà controllando ho scoperto che Ann Cleeves non solo è un’autrice molto affermata in Inghilterra, ma fa anche parte di un collettivo di scrittori ( chiamati “Murder Squad”, mica “Trottolini amorosi du du da da da”😜) che promuove la crime fiction nel Regno Unito; ha al suo attivo diverse saghe poliziesche tra cui appunto questa, ambientara nelle isole Shetland, un arcipelago a metà strada tra il nord della Scozia e la Norvegia, da cui è stata tratta anche una serie tv per la BBC ( “Shetland”, mica “Don Matteo” 😜). Romanzo nuovo? Ehm… in Italia senz’altro, ma in realtà l’anno di uscita in Inghilterra è il 2009.

Quindi ci troviamo di fronte a un romanzo un pochino datato pubblicato da un’autrice affermata e che costituisce il terzo episodio della saga stessa (la Newton ha comunque pubblicato gli altri due, quindi chi volesse può reperirli). Quest’ultimo punto costituisce un problema per la lettura? No, nel modo più assoluto; il romanzo si concentra sull’indagine e fa pochi riferimenti al privato del protagonista, senza quindi farcene appassionare e senza farcelo conoscere a fondo. È “UN GRANDE THRILLER”, come strilla la copertina (al pari di qualsiasi altro romanzo in cui troviamo un paio di morti ammazzati)? No, non un grande thriller, ma senz’altro un buon giallo. Di quelli che se vuoi fare Napoli-Milano andata e ritorno in intercity ti distraggono piacevolmente dal viaggio. Insomma, il prezzo di copertina ci vale tutto. Però… non so, gradirei da parte della casa editrice una maggior cura verso questi autori.

Provo a spiegarmi meglio. Cosa più banale, “UN GRANDE THRILLER”: se dici così il lettore si aspetta appunto una trama mozzafiato a ritmo serrato, non la classica indagine dove l’investigatore cerca di capire chi è l’assassino. E poi alla lunga… se scrivi che tutti i tuoi polizieschi siano GRANDI THRILLER può passare anche l’idea che non lo siano affatto e far insorgere sfiducia verso l’opera, oppure ancora allontanare chi non ama i thriller ma ama i gialli.

In secondo luogo, il titolo: se tu adatti il titolo originale (che tra l’altro è “Red bones”, ossia “Ossa rosse”) come “L’isola dei cadaveri”, io mi aspetto che venga minimo minimo dissotterrato un ossario intero che evoca un genocidio rimasto segreto nelle nebbie delle isole, non che dissotterri quattro ossa e poi muoiano due persone. DUE!!! Ok che l’assassino stava spratichendosi e poteva fare di più se non lo fermavano, ma due morti ammazzati son pochini per chiamare il libro “L’isola dei cadaveri”… ma questo suppongo faccia parte delle direttive di marketing per acchiappare lettori. Già, perché chi è un aficionado della Newton avrà notato come a volte i titoli procedono per tema: “Una famiglia tranquilla”, “Segreto di famiglia”, “Mistero in famiglia”, oppure ancora “Un vicino di casa tranquillo”, “Un vicino misterioso” etc etc… Ecco, io sono capitato sul filone “cadaveri”, con pertinenza geografica; già, perché precedentemente è stato pubblicato “La valle dei cadaveri”. È evidente che saranno di prossima pubblicazione “La montagna dei cadaveri”, “La laguna dei cadaveri”, “Il fiumiciattolo dei cadaveri”, “La collinetta dei cadaveri” e così via. 😜 Scherzi a parte, credo si possa anche fare a meno di titoli forzatamente sensazionalistici se non corrispondono appieno alla trama. A meno che qualcuno non abbia paura che “Ossa rosse” possa sembrare un titolo comunista, ma vabbé.

Terzo punto, la traduzione. Forse questa è la prima volta che la traduzione mi ha reso la lettura meno spedita, e probabilmente dipende anche dallo stile dell’autrice. Però qualche disattenzione c’è, anche palese: un verbo omesso, un virgolettato spostato, l’uso un po’ improprio della parola “killer” in italiano… siamo d’accordo che sempre di assassino si tratta, ma nell’immaginario collettivo il killer dà più l’idea di un assassino seriale efferato e magari pure psicopatico, su questo dobbiamo convenire. Dobbiamo cercare di tornare a parlare italiano, porca zozza! Non piazzare parole anglofone a cacchio!

Direte voi: “Ma che ti aspetti? La Newton non è che sia famosa per sfornare capolavori! Anzi, a questo punto, perché ostinarsi a comprare e leggere i suoi titoli?”

Qui voglio prendere in prestito un vecchio pensiero di Stephen King: esistono (o esistevano, stiamo parlando degli anni ’70/’80), negli Stati Uniti, delle case editrici che pubblicano solo in edizione economica, a poco prezzo. Nella loro produzione di certo c’era tanta robaccia, ma scava scava ad un certo punto potevi trovare una perla. Ecco, io immagino la Newton Compton come la versione italiana di quel genere di case editrici. Ad avvalorare questa tesi porto sempre ad esempio “L’uomo di Marte” di Andy Weir, un grandioso esordio nel panorama del romanzo fantascientifico (tra l’altro, in italiano è stato tradotto dal buon Tullio Dobner, che è stato per anni il traduttore ufficiale di zio King per la Sperling – come si vede che anche il traduttore conta!). Quel libro è fantastico, così come è fantastica l’idea di poterlo scoprire a soli 10 euro, o 5-6 quando esce la versione pocket. Se non vi basta Weir vi cito anche Angela Marsons, che ha creato una poliziotta cazzuta niente male, o ancora Tami Hoag, che mi ha entusiasmato con “La ragazza n. 9″… Tutte creature portate in Italia dalla Newton, per non parlare degli autori italiani (Marcello Simoni, Diana Lama, Francesca Bertuzzi, Lorenza Ghinelli, Massimo Lugli…).

Insomma, tornando a “L’isola dei cadaveri”, non riesco a bocciarlo perché non ci sta, non sarebbe giusto. Però la veste in cui è presentato è impropria, fuori contesto, e questo può far storcere il naso a chi si aspettava tutt’altro; neanche questo è giusto per l’autore/autrice che potrebbe avere un seguito diverso, visto anche che si tratta di un’opera di buon successo in madrepatria.

Se poi dobbiamo lasciare le cose come stanno e non chiamare le cose con il loro nome o tributare i giusti meriti a chi li ha, fate pure. Del resto siamo in Italia, il paese in cui fa più seguito un’idiota che fa una furiosa sceneggiata per una pelliccia stinta piuttosto che una giovanissima ricercatrice premiata per i suoi successi nella ricerca contro il cancro, dove nei commenti all’articolo in cui è menzionata qualcuno l’ha addirittura creduta MORTA di cancro e si è cimentato in un elogio funebre improvvisato. Quanto ha ragione Camilleri a dire che c’è un analfabetismo di ritorno…

Il bello di vederli crescere

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Giovedì 30 novembre sono stato allo Spazio Guida, nei pressi di piazza dei Martiri a Napoli, per la presentazione del nuovo libro della giovane scrittrice di thriller Alessandra Pepino.

Come sono arrivato a conoscere lei? Be’, il buon vecchio Instagram ha fatto la sua: non ricordo come capitai sul suo profilo, però vidi che aveva scritto un noir, scrittrice esordiente, napoletana (lo so, lo so, son campanilista, mia massima colpa) e allora mi andai a cercare la sua prima creatura, “Cattivi presagi”. Davvero un bel noir, cupo, per certi versi maledetto, con i personaggi che avevano le stimmate degli antieroi. Insomma, felice della scoperta mi riprometto di continuare a seguire la sua evoluzione. E così mi procurai, sempre in ebook, il suo secondogenito più in carne (500 e rotte pagine) “Il ladro di ricordi”. Questo acquisto è capitato però in un momento di ritorno di fiamma per il cartaceo, e così è rimasto in stand-by per più di un anno. 😛

Quest’estate mi è capitato di andare alla stupenda presentazione del nuovo libro della saga del commissario Ricciardi, “Rondini d’inverno” di Maurizio de Giovanni, nella meravigliosa cornice del Maschio Angioino, e l’ho riconosciuta tra le file di sedie che andavano riempiendosi. Tirando fuori un po’ di faccia tosta l’ho salutata e lei, molto cordialmente, mi ha chiesto: “Ma ci conosciamo?!”

Già… nell’ebbrezza del momento mi ero dimenticato di qualificarmi come suo lettore :’D le spiego tutto e le chiedo a quando un prossimo libro. Lei mi da una data: novembre!

“Cacchio!” mi dico “Chiedo del suo terzo romanzo quando poi ancora devi leggere il secondo? Vabbè, è luglio, fino a novembre c’è tempo”

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Infatti arrivo a leggerlo ottobre 😛 a testimonianza che io e i libri digitali stiamo vivendo una fase di transizione 😀 però quando riprendo non mi fermo più! Ne “Il ladro di ricordi” alle marcate tinte noir del primo si son aggiunte e fatte più forti le componenti thriller, la lettura è serrata, la trama e i dialoghi reggono… Soprattutto i dialoghi, nello specifico, sono il punto forte dell’autrice. Sono PLAUSIBILI perché attingono quando devono nel dialetto napoletano, una curata e consapevole coloritura senza inciampare nel facile stereotipo. E inoltre ho ritrovato con piacere i protagonisti del precedente romanzo, con i loro pensieri, i loro problemi, la loro energia… Una bella rimpatriata, finita giusto in tempo per l’uscita del terzo volume di quella che Alessandra ha definito una “trilogia”.

Nel corso della presentazione l’autrice ha lasciato intendere che è intenzionata a percorrere nuove strade narrative. Mi aspettavo dunque con “La danza infelice” – edito anche questo da Atmosphere Libri – di vedersi chiudere il cerchio. Be’, sì e no. Non ho intenzione di rivelarvi nulla perché vale la pena scoprirli, però nelle ultime decine di pagine finali ho visto certi personaggi (cui, vuoi o non vuoi, finisci per affezionarti) vedersela parecchio brutta, per cui ho pensato con una punta di amarezza: “Ok, sta chiudendo tutte le storyline, è davvero la fine di questo ciclo…”

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E invece, con mio sommo piacere, ho letto di un finale sufficientemente aperto da lasciar spazio a una nuova storia in futuro. Dunque l’ispettore Jacopo Guerra e tutti gli altri protagonisti di questa saga, un giorno potrebbero riservarci nuove avventure.

Ho riscontrato tra l’altro l’aggiunta di un nuovo ingrediente alle pagine del libro (sì, stavolta ho preso il cartaceo 😛 avevo bisogno di ciancicarlo, e poi vuoi mettere fartici fare pure l’autografo con dedica? :-D). Dicevo, un nuovo sapore nella terza prova narrativa della Pepino: alcuni capitoli che intervallano la narrazione in terza persona, per darci una dimensione più introspettiva dei personaggi, in cui ne afferriamo i pensieri più intimi, le ambizioni, le frustrazioni, le emotività… Manco a dirlo, anche questo si legge che è un amore! 😀

Ed eccomi qui, dunque, a scrivere riflettere su quanto sia stato bello avere l’opportunità di vedere un talento crescere, evolversi, utilizzare nuove declinazioni della stessa materia, affezionarmi ai suoi personaggi e fare il tifo perché questo talento venga sempre più riconosciuto e premiato dal pubblico. 🙂 E credo sia proprio un bel momento quello che sta vivendo l’ambiente letterario napoletano, pensando a Daniela Montella che ha esordito quest’anno con un interessantissimo distopico, ricordando che dieci anni fa leggevo per la prima volta de Giovanni, che all’epoca era al suo terzo romanzo del commissario Ricciardi… E tanti altri talenti ci sono e non conosco, e forse meriterebbero di essere menzionati. Sarebbe bello se attorno a questi autori più o meno emergenti ci fosse un po’ più di eco, una cassa di risonanza maggiore, perché ci sono sì i mostri sacri, i feticci della propria libreria (io stesso ne ho parecchi), però basta poco per scoprire nuovi sapori, nuovi colori, nuove sfumature: giusto un po’ di curiosità. Poi, appunto, li vedete crescere, ed è un privilegio non da poco. Chissà, magari un giorno potremmo prenderci il lusso di dire: io ve l’avevo detto che era brava/o 😉

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Auguri Mr Potter!

Egregio signor Potter

Io mi ricordo di lei e del nostro primo incontro, chissà se la cosa è reciproca. Era una primavera/estate che posso facilmente datare nel 2001: giravo come al solito nel reparto libri nel supermarket di un centro commerciale ed ero stato attirato dalla misteriosa figura nell’ombra vicino una strana coppa che emanava fiamme, stampata su una copertina amaranto. E soprattutto ricordo che non riuscivo a far combaciare questa figura con quella del bambino occhialuto seduto a una estremità di una scacchiera enorme, vicino un topo altrettanto enorme. Ero perplesso di cosa c’entrassero l’uno con l’altro. Più e più volte ci vedemmo su quel bancone dei libri, e mai che avessi la curiosità di leggerne uno. 

Di lì a novembre, poi, sarebbe uscito al cinema il primo film. Lì ragazzi e bambini si sono incantati. Io, al mio solito, ci ho messo un po’ per cascarci, dato che per istinto fuggo dalle cose troppo mainstream. È arrivato il dvd e allora ho aperto gli occhi sul Suo mondo, grazie a quel gioiello di film che ha confezionato il signor Columbus. 

Poi è arrivata l’università, e io casco nella trappola tesa da Mondolibri. Toh, guarda, hanno pure i primi tre Harry Potter! E fu così che finalmente ci siam conosciuti come si deve. Erano già stati pubblicati i primi sei volumi, mancava solo il capitolo finale. È stata una stupenda e inebriante maratona, che mi ha fatto leggermente schifare i film dal terzo in poi per via di tagli e scene scritte / fatte male o non corrispondenti a come io le avevo immaginate.
Ricordo l’estate precedente l’uscita del libro, dove tutti i potterhead (sì, i suoi fan più accaniti si definiscono così) fremevano per sapere come andasse a finire, dove si mormorava che Lei sarebbe morto, dove leggevano sui giornali che perfino mastro Stephen King, Suo altro ammiratore, pregava la sua autrice di non farle fare nessuna brutta fine, perché lui per scrivere la morte di un cane aveva passato i guai suoi (e si trattava di un cane!); quell’estate in cui tiravamo jastemme perché c’era l’amico o l’amica navigato/a nel leggere in madrelingua e si era procurato/a la prima edizione inglese e minacciava di svelarci tutto…
E ricordo il binario 9 e 3/4, dove Lei salutò i suoi bambini che partivano a loro volta per Hogward: lì, nella persona dell’attore che lo ha interpretato, in quel suo sorriso malinconico nel mentre carezzava la cicatrice che non doleva più, nel mentre iniziavano a scorrere i titoli di coda ho avuto un groppo alla gola: ero appena stato colpito dall’evidenza che era finita un’era, un ciclo…

E sono stato colpito anche dalla morte di Alan Richman, magnifico attore di stampo teatrale che noi, a ragione, sfottevamo per l’assurda somiglianza con un nostro famosissimo cantante, e che invece andando a scavare, era stato nientemeno che il cazzuto cattivone di Die Hard – Trappola di cristallo. Se n’era andato colui che aveva incarnato uno dei maggiori personaggi cardine, forse il più tragico, della Sua versione cinematografica.

Non tutto è rosa e fiori, ovviamente. Quel cacchio di copione teatrale in due parti… lo fuggirò vita natural durante manco fosse la peste a cavallo della gonorrea! Mi spiace, ma sulla materia che riguarda Lei e il Suo mondo non deve metterci mani altri che mrs Rowling. Lei e nessun altro ne è capace. Ragion per cui ho molto apprezzato “Animali fantastici e dove trovarli”.

E arriviamo a oggi… e scopro che son passati 20 anni dalla pubblicazione del primo libro delle sue avventure. A conti fatti avevo 11 anni, la stessa età che aveva Lei quando il buon Hagrid venne a prenderla per condurla a Hogward. Strane coincidenze vero? 

No, signor Potter, non invidio a Lei il fatto di esser diventato mago, a 11 anni. In fondo anche io avevo scoperto un altro tipo di magia a quell’età: la magia della lettura. E grazie a lei ho scoperto la magia NELLA lettura. Quindi, senza falsi complimenti, teniamoci ciascuno i suoi poteri che stiamo meglio così! 😉 non sono abbastanza potterhead da invidiarla, né ho mai aspettato una lettera da Hogward come altri suoi ammiratori fanno.

Volevo però provare, vista l’occasione speciale, a farLe avere i miei auguri in qualche modo. E non vedo altra maniera che confidarle un pensiero che mi ronza in testa da quando ho terminato la lettura de “I doni della morte”.

Il giorno in cui la vita vorrà benedirmi con un figlio, quando lui dovesse fare undici anni, io vorrò presentarvi l’un l’altro, facendogli leggere “La pietra filosofale”. E l’anno dopo ancora sorprenderlo dicendo che esiste un’altra sua avventura e consegnargli “La camera dei segreti”. E fare così ogni anno per sette anni. (Sperando ovviamente ch’io abbia un figlio che ami leggere…)

Certo, mi rendo conto che è un sogno, che magari a undici anni avrà visto già tutti i film e io non avrò potuto impedirglielo per preservare la magia della lettura, o che magari lui scoprirà da sé che esistono capitoli successivi e farà di tutto per anticipare la lettura… Però chissà, magari ne discuteremo e ne verremo a patti.

Perché c’è un gusto diverso ad aspettare del tempo per avere qualcosa di buono, c’è più desiderio, c’è più “fame”… – e noi eravamo davvero “affamati” quando aspettavamo “I doni della morte”. E aspettare un anno per leggere un libro di una serie che è stata forse il più nobile archetipo di tante saghe così dette “young adult” ci vale, e tanto! Per i segreti svelati, per le magie scoperte, per i colpi di scena, per il  suo mondo immaginifico, per tutto quello che mi ha saputo dare, io La tramanderò, mr Potter. Almeno ci proverò 😊

Mi scusi la logorrea, l’abbraccio con affetto e le auguro tanta altra fortuna, cento volte la mia che ho avuto conoscendola.
Felice 20esimo anniversario, mr Harry Potter! 

Suo

S. C.

P.s. io però ‘sti Grifondoro, tutti perfettini… seguirò il suo esempio e mi farò ‘na scappatella con una Corvonero, che Lei mi insegna siano niente male 😜😄

Daniela Montella: un esordio

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Oggi è successa una cosa: ho visto di fronte ai miei occhi che se ai sogni ci credi, se dai tutto per loro, alla fine la vita ti ricompensa di tutti i sacrifici fatti. Pare una banalità, una cosa melensa, forse anche discutibile… però vi giuro che vederlo accadere fa un gran bene!

Ho conosciuto Daniela Montella anni fa, quando era studentessa. Un giorno la andai a trovare nella sua casa studenti e lì ebbi la percezione che “qualcosa” le fremesse sottopelle. Porto con me l’immagine di quel giorno: lei seduta al tavolo, il piccolo notebook aperto e lo schermo della pagina bianca di Word che le si rifletteva negli occhiali. Ogni tanto batteva qualche parola, ma non era un flusso continuo… riconobbi in lei una smania simile alla mia: l’amore per la creazione letteraria, ma era di una qualità diversa… Non seppi mai dire in che termini perché non riuscii mai a leggere qualcosa di suo.

Fino ad oggi… e oggi che quella ragazza, quella studentessa, ha esordito nel panorama letterario con la sua opera prima, posso finalmente dire cosa potevo solo percepire, quel lontano giorno, perché un’altra immagine si è sovrapposta a quella Daniela seduta a scrivere al PC: una diga. Una diga che caparbiamente ha trasformato un terribile Maelstorm che le si agitava in testa in un bellissimo ruscello di montagna dalle acque limpide e fresche. E in un momento di riscoperta di Napoli, anche sul piano culturale, sono felicissimo di poter affermare che anche lei può dire la sua. Tra l’altro con una tipologia di romanzo ( il distopico ) che a memoria mia mai si era affrontato nel ricco panorama letterario partenopeo. Ma andiamo con ordine.

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Il titolo del libro è “Il corpo dei ricordi“, edito per la Milena Edizioni. Non ho intenzione di svelare molto sulla trama, perché sono dell’idea che questo romanzo vada scoperto senza troppe prefazioni, preamboli, sinossi e compagnia bella. Del resto anche alla presentazione, che si è tenuta ieri pomeriggio alle 17 al museo PAN di Napoli, ha visto la lettura di brani tratti non tratti dalla storia in sé, ma dai sogni, dalla dimensione onirica della protagonista Yolande. La lettura dei brani è stata tra l’altro una vera e propria rappresentazione teatrale splendidamente orchestrata, una intensa interpretazione a due voci: quella narrante, di Laura Pagliara, ha dato corpo ai sogni di Yolande, sogni che fungevano da catalizzatore delle sue angosce che prendevano vita in forme tanto bestiali quanto disperate, scolpite a voce da un’interpretazione ora dolce, ora isterica, ora angosciata, ora compassionevole; l’altra voce era quella del violino elettrico e della pedaliera di Viviana Ulisse, capace di far camminare il racconto onirico su un tappeto sonoro sapientemente studiato, fatto di loop ora melodiosi ora dissonanti, ora pizzicati, ora fatti di leggere percussioni, moltiplicando di fronte ai nostri occhi e alle nostre orecchie rapite le possibilità sonore di un singolo strumento… un grande plauso va quindi alle due performer, che hanno saputo reggere così bene la scena, lasciandoci incantati. E un ulteriore applauso va alla Visibilis, il servizio di interpreti in LIS, che ha reso fruibile la presentazione e le interpretazioni anche ai non udenti. 

Tornando però al libro, due elementi riguardanti la storia però possono ( e devono! ) esser dati per incuriosire il lettore:

C’è stata una Grande Guerra, al seguito della quale la società si è riorganizzata in un nuovo stato che per decreto ha bandito la morte. Ogni riferimento ad essa è prontamente cancellato, la memoria della possibilità del termine dell’esistenza non esiste perché la morte distoglie dagli obiettivi e non permette alla persona ( e allo Stato, di conseguenza ) di eccellere e raggiungere nuove vette. L’uomo, insomma, privato di uno dei cardini dell’esistenza, può dunque elevarsi oltre ogni limite, no? Fatto sta che all’inizio della storia Krisztof, il marito di Yolande, muore in un disgraziato incidente… Comincia quindi per Yolande l’elaborazione di un paradossale lutto, una vedovanza temporanea perché suo marito, in una qualche maniera, verrà “ripristinato”…

Ma davvero l’uomo può reggere a un’ipotesi del genere? Davvero sarebbe così bello saperci così, “ripristinabili”, in un mondo che ci impone di non morire perché siamo parte di un tutt’uno, cellule anonime che devono mandare avanti il grande organismo di uno stato che ci vuole senza paure collaterali, perché altrimenti non produrremmo? Davvero il vivere senza paura ci proietterebbe così in là? O piuttosto l’assenza di essa, l’assoluta mancanza dell’aleggiare sulle nostre teste della signora in nero con la falce, appiattirebbe il nostro vivere? Una vita senza preoccupazioni, tesa a una felicità costante che, in effetti, mai si realizza del tutto, cosa ci prospetta?

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Non è un caso che un tema così forte come quello della morte sia stato trattato, e in maniera così brillante, da un’autrice napoletana. Qui mi si perdoni il campanilismo, ma ci sono almeno due motivi per cui sostengo questo: il primo è che Napoli ha un fortissimo culto dei morti che si tramanda da secoli – si è fatto l’esempio, durante la presentazione, del Cimitero delle Fontanelle, dove chiunque può adottare una capuzzella perché essa, ormai anonima, possa godere anche oggi di preghiere che leniscano i suoi tormenti di anema pezzentella; il secondo motivo è che noi napoletani non possiamo scordarci mai, in nessun momento, dell’esistenza della morte, perchè viviamo nei pressi ( in alcuni casi proprio sul coperchio ) di una gigantesca e distruttiva pentola a pressione che risponde al nome di Vesuvio. Quindi a nessun altro autore poteva essere tanto lampante l’impossibilità di questa utopia.

Il libro poi è impreziosito da alcuni riferimenti che saltano agli occhi a chi è edotto in materie classiche, come il riferimento alla discesa di Enea nel lago d’Averno, o la dea Core, che dà il titolo alla seconda parte del romanzo – e oltre ad essere un omaggio al mondo classico è anche un preciso riferimento anatomico che ha più profondo significato, ma di più non dico perché sarebbe un gran peccato che voi non ci arriviate da soli 😛

Altra nota positiva di questo romanzo è la scrittura: nitida, precisa, ricercata… l’autrice ci accompagna per mano in una ricerca introspettiva al senso di questa nuova esistenza attraverso i conflitti interiori di Yolande, i suoi ricordi, i suoi sentimenti ora definiti ora contrastanti, e con un ritmo forse un po’ compassato, alla “Blade Runner”, ma costante, veniamo man mano accompagnati verso un finale spiazzante, di quelli che in gergo tecnico vengono chiamati twist ending – uno dei marchi di fabbrica del regista M. Night Shyamalan, per intenderci. A breve distanza da ciò, nell’epilogo, vi verrà dato il colpo di grazia. Il tutto in sole 200 pagine…

Signori, questo è un esordio col botto! E’ un’opera prima che già manifesta chiari gli intenti dell’autrice: aspira ad essere letteratura oltre che narrativa. E sarebbe un delitto non tributare a questo romanzo una giusta eco. Non lo dico tanto perché Daniela Montella è una mia vecchia conoscenza, credetemi,  quanto per l’effettivo valore dell’opera che è intrisa di passione per il mestiere dello scrivere, densa di contenuti e pregna di riflessioni mai banali. Un gioiellino degno di esser scoperto.

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Insomma, Danie’… hai spaccato!!! 😀 Mo aspettiamo il tuo secondo romanzo, e lì so’ cazzi tua! xD

Gelo e avvampo 

Brucio nel tuo sguardo di ghiaccio

Che mi scava in testa e in petto

E fruga e scuote e sconquassa tutto:

Il mio nome, chi sono e cosa faccio…

E scavi e scavi e scavi e non lo sai

Che stai scavando. E ancora mi scavi

l’anima… perché una volta non provi

Su te stessa quel che mi fai?

Tu, zucchero e sale, pena e amnistia,

Cristallizzata in un secondo di vita

Riporti l’eco di una storia passata

Quando penavo a saperti non mia.

E poi ti rivedo e mi rubi la pace…

Non so dove sei, non so dove vai

Non so cosa ascolti, quel che mangerai…

E non riesco a farmi più audace…

Riesco solo a restare a guardarti,

A immaginare che stavi facendo,

Quali erano i sogni che stavi seguendo

Quando riuscirono a fotografarti.

Fotografata, e da quel momento

Son condannato a sentirmi sospeso

Ed a sentirmi volar senza peso

Nelle tue iridi color orizzonte.

Cosa aspettarmi da così tanto poco?

Neanche io stesso lo so poi dir bene

E intanto, frustrato, sfinito, in catene

Gelo ed avvampo nel tuo ghiaccio di fuoco…

E niente… stanotte mi è venuto mettere due parole in rima… tutto qui 🙂

Scoprendo i Calzaret…

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E poi, all’improvviso, nel mucchio eterogeneo delle mie letture, salta fuori una certa Elizabeth Jane Howard. Chi sia o chi non sia, rimango folgorato dalle copertine di questa saga famigliare, che ad oggi conta quattro titoli pubblicati ed un quinto in arrivo a fine anno che chiuderà il ciclo. Le copertine, dicevo, sono state il motivo per cui ho voluto “assaggiare” almeno il primo di questi romanzi, per cui onore al lavoro che ha fatto la Fazi per avermi indotto in tentazione: erano anni che non compravo un libro di un autore a me sconosciuto alla cifra di 18,50 euro; l’avermi convinto solo con la copertina è tutto dire. Ero curioso anche di tuffarmi per la prima volta in una storia famigliare, ambito per me poco esplorato.

Dunque apro il libro e mi tuffo nelle pagine, sperando di non impantanarmi in un polpettone prolisso, ma carico di sentimenti positivi. Ed ora, a libro finito, posso dire che son stato fin troppo parco nelle aspettative.

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Siamo nell’Inghilterra della fine degli anni trenta, con il conflitto mondiale che si profila minaccioso all’orizzonte e l’estate che spalancando le braccia offre, perlomeno ai più giovani dei protagonisti, promesse di spensieratezza. Non so ancora come proseguirà la saga di qui in poi, ma quello che emerge dal primo volume è il tempo della narrazione: “Gli anni della leggerezza” del titolo sono rappresentati dalle due estati prima dello scoppio della guerra, e le viviamo attraverso i giochi, i pensieri, i capricci, le opinioni dei ragazzi e bambini di questa larghissima famiglia borghese. La prosa elegante, gentile e precisa dell’autrice ci porta da un personaggio all’altro senza creare troppa confusione, perché in ogni voce ritroviamo riferimenti giusti per inquadrare il personaggio, i suoi familiari, il mondo che gli gira intorno, i desideri più reconditi. I bambini sono una voce importante in questo romanzo, perché di certo è a loro che si deve la leggerezza promessa nel titolo.

Voce non meno protagonista è quella degli adulti, alle prese con i loro problemi da grandi. Hugh con la sua menomazione e le sue emicranie, sposato a Sybil, entrambi rispettivamente devoti ma spesso all’oscuro dei reciproci desideri; Edward e i suoi amori clandestini, che fanno da condimento al suo matrimonio con Villy, ex ballerina annoiata che si butta in mille attività, nessuna delle quali portata avanti per molto; Rupert e la sua vena artistica frustrata da un lavoro insoddisfacente e da un secondo matrimonio con una donna troppo giovane e troppo avida di mondanità; e poi ci sono i due capifamiglia, al vertice della piramide dei Calzaret: il Generale, William, e la Duchessa sua consorte, Kitty, l’uno assorbito dai giornali, dall’incubo di un’altra guerra e dai provvedimenti da prendere, e l’altra occupata a esigere morigeratezza da tutti i componenti della famiglia e ad esserne il fulgido esempio.

Dal poco che ho letto nella biografia della scrittrice, ho idea che la Howard abbia spezzettato in maniera sapiente il suo io e la sua vita ed abbia affidato a ciascun personaggio una parte di sé, perché ci sono dei precisi riferimenti autobiografici che ritroviamo all’interno della narrazione, e la cosa rende ancora più palpabili le emozioni e i sentimenti dei personaggi di fronte a dei momenti cruciali.

Ho iniziato questo articolo come se stessi parlando ad un mio pubblico, l’ho proseguito vestendo i panni del recensore, ora sento di voler chiudere svestendo questa uniforme e indossando quella del confidente.

La verità? Io ai Calzaret ho voluto un sacco di bene mentre leggevo, perché – e questo, lo so, è un fatto meramente personale – in questa composita famiglia ci ho ritrovato tracce della mia, ma soprattutto perché entrando nei panni di Neville, Clary, Teddy, Louise e Christopher ho riassaporato il gusto di quelle estati al mare meravigliose vissute tutti assieme, con i cugini, gli zii e i nonni nella loro casa di villeggiatura, ho ritrovato quel senso di comunità di cui ora provo una forte nostalgia al solo pensarci… quegli anni della leggerezza… e se in questo libro non si narra nulla di originale in sé per sé – siamo in un’epoca che è alla ossessiva ricerca di originalità, del nuovo genio da esaltare e osannare – qui a far la parte del leone è la scrittura e la psicologia dei personaggi, nella storia che si fa Storia, nell’attesa di un conflitto che il signor Schicklgruber ( questo si diceva fosse il vero cognome di Hitler, “tagliatore di siepi” ) pareva volere a tutti i costi nonostante la mediazione del primo ministro inglese Chamberlain, volato fino in Germania per tentare una mediazione, mentre la famiglia si raduna fremente attorno alla radio per saperne gli esiti.

Sono gli anni della leggerezza prima della crisi, prima della catastrofe, prima della Seconda Guerra Mondiale. E mentre io ero arrivato appena a metà libro già sapevo che avrei preso il secondo volume. Come ne sono uscito? Nostalgico…e incantato.

Fatevi un regalo: concedetevi  questa esperienza di lettura. Saprà aprirvi il cuore, appassionarvi e trovare in voi un lato Calzaret. 🙂

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